Pirandello e la Capitale: I cento anni di un capolavoro

Esattamente un secolo fa, nel 1926, usciva in volume uno dei romanzi più dirompenti e rivoluzionari del Novecento letterario: Uno, nessuno e centomila. La storia di Vitangelo Moscardini e della sua progressiva scomposizione dell’identità – nata da una banale osservazione della moglie sul suo naso che pendeva verso destra – rappresenta il culmine della riflessione filosofica e teatrale di Luigi Pirandello. Sebbene la mente dello scrittore fosse profondamente legata alle radici della sua Sicilia, la gestazione di questo capolavoro e la maturità della sua produzione artistica trovarono il proprio baricentro a Roma.

Esplorare il legame tra Pirandello e il Lazio significa addentrarsi in una geografia urbana fatta di caffè storici, teatri d’avanguardia e villette silenziose, riscoprendo una Capitale che negli anni Venti fu lo specchio e il palcoscenico del Premio Nobel.

Il rifugio di Via Bosio: Dove nacque il mito

Il cuore dell’itinerario pirandelliano a Roma non può che partire dal quartiere Nomentano. Al civico 13b di via Antonio Bosio si trova l’ultima dimora dello scrittore, oggi trasformata in una Casa Museo aperta al pubblico e sede dell’Istituto di Studi Pirandelliani. In questo appartamento all’ultimo piano di una palazzina degli anni Venti, Pirandello visse dal 1933 fino alla morte, avvenuta nel dicembre del 1936.

È qui che si conservano intatti i suoi oggetti personali: la celebre macchina da scrivere Underwood, la biblioteca con oltre duemila volumi, i manoscritti autografi e i quadri dipinti dal figlio Fausto. Passeggiando tra queste stanze si percepisce l’atmosfera in cui l’autore riordinava le sue intuizioni sulla “frantumazione dell’io”. Sebbene Uno, nessuno e centomila sia stato pubblicato nel 1926 (inizialmente a puntate sulla rivista La Fiera Letteraria), la sua lunghissima stesura, iniziata già nei primi anni del decennio precedente, ha respirato l’aria delle diverse case romane occupate dall’autore, tra cui la storica residenza in via Campania, a due passi da Villa Borghese.

I caffè degli anni Venti e i teatri storici

La Roma degli anni Venti era un centro culturale in fermento, dove intellettuali e artisti si incontravano per discutere di estetica e modernità. Pirandello era una figura centrale di questo panorama. Tra i luoghi più frequentati spicca il Caffè Aragno in Via del Corso (nella sala che sarebbe diventata nota come “Terza Saletta”), punto di ritrovo per eccellenza di scrittori, giornalisti e pittori dell’epoca. Qui l’autore si confrontava con i contemporanei, osservando con occhio clinico e distaccato quella stessa borghesia romana che avrebbe poi smascherato nelle sue opere.

Il legame con il Lazio si consolidò ulteriormente sul piano teatrale. Nel 1925, un anno prima della pubblicazione del romanzo, Pirandello fondò a Roma la Compagnia del Teatro d’Arte, stabilendosi al Teatro Odescalchi (situato nell’omonimo palazzo in Piazza Santi Apostoli). Fu un’esperienza cruciale per la cultura capitolina: lo scrittore, insieme a giovani talenti come Marta Abba, propose un cartellone d’avanguardia che scosse il pubblico tradizionale. Le stesse tensioni psicologiche e l’impossibilità di comunicare che si ritrovano nelle pagine di Uno, nessuno e centomila venivano sperimentate e messe in scena sera dopo sera sui palcoscenici romani, incluso il celebre Teatro Valle, dove pochi anni prima (nel 1921) il debutto di Sei personaggi in cerca d’autore aveva provocato storici tumulti tra favorevoli e contrari.

Una passeggiata nella Roma pirandelliana

Per comprendere l’ispirazione romana di Pirandello, basta perdersi nei luoghi che l’autore amava frequentare per ritrovare la concentrazione. Villa Torlonia, situata a pochissima distanza dalla sua ultima casa di via Bosio, era uno dei suoi luoghi di passeggiata preferiti. L’ombra dei pini domestici e la quiete del parco offrivano il contrasto ideale rispetto al caos del centro cittadino.

Celebrare i cento anni di Uno, nessuno e centomila attraverso la geografia del Lazio offre l’opportunità di riscoprire un autore che ha saputo trasformare la Capitale in un laboratorio filosofico. Roma non fu per lui un semplice sfondo burocratico, ma il palcoscenico reale in cui le “centomila” maschere della modernità si incrociavano ogni giorno lungo le strade della città.

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